Progetto LOOK AT ME

Progetto di Fototerapia Psicocoporea “Look at Me”

Relazione conclusiva tirocinio Post-Laurea
svolto sotto la supervisione del Dott. Riccardo Musacchi

Dott. Nicola Bicocchi, Dott.ssa Marzia Risi

Questo lavoro, facente parte del tirocinio post laurea in psicologia, è stato ispirato dal lavoro di Cristina Nunez, artista e fotografa catalana di origine, milanese d’adozione, dotata di una singolare capacità di trasformare il dolore in arte. Cristina racconta:

«Il mio bisogno di fotografarmi è nato dal malessere dell’infanzia, dalla gelosia nei confronti della mia sorella più piccola. Mi tormentava l’idea di non essere vista e anche l’eroina, durante l’adolescenza, era un modo per attirare l’attenzione, segnava la mia dipendenza dagli altri. L’autoritratto invece significa: io sono vista da me, è un segno di indipendenza, creo io lo sguardo di cui ho bisogno»

Figura 1. Cristina Nunez in contatto con dolore (sopra) e rabbia (sotto).

Il lavoro che Nunez propone è stato declinato in molteplici varianti nel corso degli anni ed in base alle circostanze. Nella sua versione più semplice consiste nel lasciare sdraiare le persone su un materassino con un obiettivo fotografico puntato verso di loro. Successivamente, Nunez concede qualche minuto per rilassarsi ed entrare lentamente in contatto con il corpo. In particolare, viene richiesto ai soggetti di esprimere una delle emozioni fondamentali (più frequentemente dolore, rabbia, o paura) nella più pura e liberatoria espressione possibile. Durante la manifestazione dell’emozione, il soggetto è libero di attivare lo scatto a proprio piacimento usando un telecomando.

Una delle caratteristiche della tecnica consiste nel fatto che la persona si trova di fronte alla macchina fotografica senza avere possibilità di osservare il risultato ottenuto se non al termine della sessione. Questa peculiarità, se da una parte può essere percepita come relativamente “violenta” in quanto l’assenza di controllo può risvegliare nei soggetti sentimenti di imbarazzo o di vergogna, dall’altra consente di osservarsi nell’ atto di rappresentare componenti interiori che solitamente vengono censurate. E’ infatti noto a chiunque osservi la realtà come le psicologie sociali nei paesi sviluppati siano orientate a valorizzare ciò che può essere immediatamente spendibile, misurabile, desiderabile. L’indesiderato, lo scomodo, ciò che porta turbamento, vengono spinti ai margini dell’esistenza in favore della capacità di mostrare «il profilo migliore». Come le immagini in cui ci percepiamo «venuti male» vengono spesso eliminate o modificate, allo stesso modo le componenti interiori percepite come indesiderabili vengono messe da parte, oscurate, disgiunte dall’organica relazione con il mondo interno. Di conseguenza, la possibilità di osservarsi nella rappresentazione di moti interiori profondi facilita il contatto con componenti messe in ombra.

Da un punto di vista clinico è a nostro avviso lecito mettere in relazione l’intensità con cui le componenti interiori vengono isolate e nascoste alla parte conscia con (a) la profondità dei traumi alla base della separazione e (b) il livello di disfunzionalità dei comportamenti individuali conseguenti. Di conseguenza, è ragionevole ipotizzare che alimentando con l’autoritratto la possibilità di integrare componenti interiori tenute in ombra, sia possibile intervenire sulla ferita traumatica e, di conseguenza, ridurre il comportamento disfunzionale.

È inoltre interessante notare come Nunez abbia identificato i benefici terapeutici della tecnica proprio a partire dall’ambito della tossicodipendenza sperimentando su sé stessa. In alcuni lavori [1] racconta infatti il suo travagliato percorso di disintossicazione – iniziato dall’indignazione del padre verso il suo stato – attraverso una serie di comunità progressivamente più dure e sempre più lontane da casa. Al termine del percorso di disintossicazione ortodosso, Nunez scopre attraverso il primo marito l’autoritratto ed i suoi benefici. La sua esperienza rivela come gli aspetti terapeutici dell’autoritratto possano essere adeguati anche per sondare aspetti interiori molto profondi in grado di originare fenomeni estremi di dipendenza.

L’ipotesi terapeutica alla base di questo lavoro è stata orientata verso la verifica dell’applicabilità della tecnica in contesti di comunità per la disintossicazione. In particolare in che modo la tecnica possa essere utilizzata e con quali risultati all’interno di gruppi variegati di persone. Infatti, mentre Nunez è una persona istruita, proveniente da una famiglia agiata in grado di supportarla (almeno parzialmente) e dotata di una notevole sensibilità individuale, il nostro scopo era quello di verificare come tecniche simili potessero essere applicate ad un gruppo eterogeneo di persone con storie e sensibilità individuali diverse.

Svolgimento

Il lavoro si è svolto nell’ambito di una serie di quattro incontri. Ogni incontro è stato organizzato su una tematica specifica allo scopo di verificarne qualità ed implicazioni terapeutiche. È importante però notare come, nonostante ogni incontro abbia avuto una natura auto-contenuta, gli effetti degli incontri precedenti hanno condizionato quelli successivi. Di conseguenza nella nostra descrizione abbiamo cercato di isolare i temi più specifici emersi all’interno di ogni incontro da quelli più generici legati alle conseguenze della dinamica gruppale discussi nella sezione conclusiva.

Incontro I e II

I primi due incontri sono stati svolti per introdurre ed investigare il tema del ritratto. Ogni incontro è iniziato con la proiezione di un video prodotto da Nunez [1, 2]. In entrambi i video, vengono affrontati i temi principali del suo lavoro spesso declinati sul tema della sua storia personale. L’autrice infatti racconta come la scoperta dell’autoritratto le abbia consentito di ritrovare il benessere dopo un’adolescenza e una giovinezza travagliate. Nei video l’autrice mostra esempi del suo lavoro, scatti che rappresentano emozioni profonde sperimentate sia da lei stessa che da altre persone. Le immagini sono spesso molto potenti e, se osservate con calma sufficiente, consentono di entrare in risonanza con le emozioni manifestate.

 

Dopo la visione del video, è stato proposto agli utenti della comunità di sperimentare direttamente le tecniche descritte. Gli è stato chiesto di scegliere un’emozione primaria e di cercare di rappresentarla davanti ad un obiettivo fotografico. Sono stati dedicati circa 15 minuti ad ogni utente durante i quali sono state raccolte all’incirca 30 fotografie. Considerata la difficoltà manifestata dai soggetti ad esporsi e a farsi fotografare, è importante sottolineare come non ci sia stato alcun obbligo imposto.

Nessuno dei soggetti che hanno deciso di sperimentare è riuscito a connettersi con un’emozione in modo profondo. Hanno invece preferito essere ripresi in pose neutre, senza contenuti emotivi espliciti. Nonostante questo, è emerso in diverse occasioni come il solo fatto di ricevere attenzione e di portarsi nel presente faciliti l’emersione di emozioni positive e fornisca allo sguardo una qualità più luminosa. Un soggetto in particolare, l’unica donna, ha utilizzato una sedia per costruire la propria ambientazione. Da una parte la posa che ha scelto appariva particolarmente studiata ed ancora più lontana dalla propria interiorità di quelle scelte dagli altri. Dall’altra, ad un’osservazione più accurata, la posa scelta ricordava quella di una modella durante un servizio fotografico. Il soggetto ha successivamente raccontato di avere effettivamente lavorato come modella in passato. La luminosità del suo viso nello scatto è molto diversa da quella abituale (vedi Figura 2).

Figura 2. L’unica utente di sesso femminile fotografata durante il I Incontro. Nello scatto in alto durante una pausa nella sua espressione abituale. In basso, fotografata in una posa scelta da lei.

Un secondo aspetto rilevante emerso durante questi incontri è stata la capacità del mezzo fotografico di catturare gli effetti del contatto corporeo sullo stato interiore. In particolare, un soggetto dall’aspetto poco vitale, ossuto, con occhi assenti è notevolmente cambiato a seguito di semplici contatti fisici. La pelle riprende colore, l’espressione si addolcisce, gli occhi ritornano al presente. Questo processo si è ripetuto più volte durante gli incontri ma è stato catturato nella sua forma più esplicita durante il II incontro (vedi Figure 3 e 4).

Al termine della delle sessioni fotografiche, gli scatti ottenuti sono stati mostrati utilizzando un proiettore su una parete della stanza. Le foto di ogni soggetto sono state mostrate a tutto il gruppo. Diverse foto hanno prodotto emozioni nel gruppo, alcune risate, altre tristezza fino alla commozione. Durante questa fase il Dr. Musacchi ha coordinato il processo avendo cura di soffermarsi se necessario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 3. Gli effetti del contatto corporeo su un soggetto. In meno di un minuto, a seguito di un abbraccio, la pelle riprende colore, l’espressione del viso si addolcisce, gli occhi manifestano presenza. Prima del contatto a sinistra, dopo il contatto a destra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incontro III e IV

Nel corso del III e IV incontro il lavoro si è invece focalizzato sull’attivazione corporea e le sue conseguenze sui soggetti. La sessione è stata avviata facendo osservare e commentare ai soggetti una selezione dei ritratti prodotti nelle due giornate precedenti. Questa fase ha richiesto all’incirca

 

un’ora ed è stata utile per consentire ai soggetti di ristabilire un relativo contatto con la loro interiorità.

Come atteso, una caratteristica del gruppo di lavoro è stata la profonda lontananza dalle emozioni. I soggetti sono apparsi spesso apatici, lontani, incapaci di accedere e di descrivere i propri stati interiori.

Successivamente, ai soggetti è stato chiesto di attivarsi fisicamente strofinando vigorosamente la propria schiena contro la schiena di un compagno. Questo esercizio consente all’organismo di avviare la curva del sistema nervoso autonomo verso la componente simpatica, legata all’azione ed all’ attivazione corporea [3, 4]. A valle di questa attività, i soggetti sono stati invitati a lavorare uno alla volta con il terapeuta. Il Dr. Musacchi ha invitato i soggetti a sferrare colpi ad un cuscino con il massimo vigore possibile. Considerata la significatività e l’impegno che questo esercizio richiede, il numero dei partecipanti è notevolmente sceso rispetto agli esercizi proposti nei primi due incontri. In particolare, soltanto quattro persone hanno accettato di cimentarsi in questa prova.

Figura 4. Due esempi di attivazione corporea con esiti differenti. Nella fotografia in alto, il soggetto inibisce completamente l’emozione. Nonostante lo sforzo, i suoi manifestano la richiesta di essere accolto in una forma quasi supplicante. Nella fotografia in basso, il soggetto resta relativamente in superficie. Nonostante l’attivazione del corpo il viso è disteso e sorridente.

 

 

I risultati di questo esercizio sono stati per certi versi inattesi. Infatti, nonostante l’esercizio fosse stato concepito per stimolare emozioni e sensazioni vicine alla rabbia, ciò che è emerso è stato molto dipendente dalla storia personale dei soggetti. In alcuni casi è emersa una certa difficoltà a calarsi nella parte, in altri è stato possibile osservare un impeto molto violento trattenuto a fatica, mentre in altri ancora la sensazione rabbiosa è stata completamente trattenuta in favore di sentimenti più vicini alla paura e al dolore. Questa osservazione ha in qualche misura una valenza sul piano clinico in quanto consente in modo immediato di osservare le relazioni che intercorrono fra le componenti interiori dei soggetti rendendo esplicite eventuali disconnessioni. Ad esempio, come mostrato in Figura 3, nonostante il soggetto sia impegnato in un gesto violento che richiede una notevole attivazione corporea, è evidente nei suoi occhi uno sguardo quasi supplicante. In Figura 4, la rabbia è parzialmente trattenuta e contenuta da uno schermo di ironia. In altri casi invece la rabbia è espressa in modo più evidente.

 

 

 

 

 

 

Figura 5. Altri esempi di attivazione corporea. I soggetti richiamano ed entrano completamente nell’ emozione. L’azione diventa manifestazione del sentito.

Considerazioni conclusive

L’esperienza condotta ha mostrato la possibilità di utilizzare tecniche di fototerapia psicocorporea all’ interno di comunità terapeutiche. In particolare è risultato evidente come l’utilizzo delle fotografie abbia consentito a diversi utenti di sperimentare stati positivi e di facilitare il contatto con diverse emozioni. Il gruppo si è dimostrato entusiasta di partecipare al percorso e, nel corso dei vari incontri, ha portato materiale sempre più profondo e rilevante.
Dall’altra è risultata anche evidente la ritrosia degli utenti a collegarsi alla loro interiorità. Il gruppo ha manifestato con continuità il desiderio di mantenersi relativamente in superficie, di parlare semplicemente, e di cercare contenimento. Di conseguenza, nonostante i risultati siano stati positivi, è probabile che per utilizzare le tecniche descritte con successo all’ interno di un ambito cosi difficile sia necessario un numero di incontri notevolmente maggiore per condurre lentamente il gruppo verso una disposizione più calma e disponibile all’ ascolto del corpo.

Bibliografia

[1] Cristina Nunez; Someone to love, https://vimeo.com/46194436
[2] Cristina Nunez; Higher Self, https://vimeo.com/46361965
[3] David Boadella, Jerome K. Liss; La psicoterapia del corpo. Le nuove frontiere tra corpo e mente, Astrolabio Editore
[4] Riccardo Musacchi, Fototerapia psicocorporea. Il lavoro con le fotografie in psicoterapia corporea, Franco Angeli Editore